Ecco perché il sovranismo è un rischio fatale

Ecco perché il sovranismo è un rischio fatale

Di Piercarlo Padoan

Ciò che sta venendo meno in Europa è la fiducia reciproca. Senza di quella le vie sovraniste avranno sempre la meglio su quelle condivise

I deludenti risultati del summit europeo ripropongono una domanda che sta diventando sempre più inquietante. E’ vero che per un crescente numero di cittadini dell’Unione, l’opzione Europa sta diventando parte del problema? E questo dopo che per decenni l’Europa era considerata parte della soluzione (ai sacrosanti bisogni di benessere, protezione e sicurezza)? Sembrerebbe di sì a vedere i risultati delle elezioni in molti paesi membri dell’Unione.

Riconosciamolo, in molti casi ciò che viene definito populismo è, in realtà, anti europeismo. Di fronte alle sfide della ricostruzione post crisi, del rafforzamento della unione monetaria e bancaria, delle nuove tecnologie, portatrici di produttività e crescita ma anche di possibile distruzione di lavoro e di esclusione, le soluzioni europee sono percepite come insufficienti, del tutto assenti o addirittura dannose. L’attenzione si rivolge dunque, inevitabilmente, alle soluzioni nazionali. Ma sostituire soluzioni europee con quelle nazionali porta alla disintegrazione e accentua i contrasti crescenti tra paesi membri dell’Unione sulle priorità di politica economica e sociale.

La lista è lunga. Paesi ad alto debito verso Paesi a debito contenuto, Paesi a crescita bassa verso Paesi a crescita  sostenuta, Paesi ad alta accoglienza di migranti verso Paesi che non li accettano, creditori netti verso debitori netti . Non sono contrapposizioni nuove, ciò che è nuovo è la crescente preferenza per soluzioni “solo nazionali”. La sfida che abbiamo davanti non è però quella di identificare soluzioni “europee invece di soluzioni nazionali”. Occorrono soluzioni che combinino componenti nazionali con quelle europee.

Alcuni esempi. In tema di unione bancaria occorre un equilibro tra riduzione del rischio (che richiede un impegno nazionale) e condivisione del rischio (che richiede uno sforzo collettivo). In tema di unione fiscale, accanto agli sforzi nazionali per far calare il debito, occorrono meccanismi di stabilizzazione ciclica del mercato del lavoro, dove si scaricano più intensamente le conseguenze di shock negativi nelle unioni monetarie. Il bilancio europeo deve comprendere risorse destinate a finanziare beni pubblici europei, come la sicurezza e la difesa dei confini, in aggiunta a misure di aggiustamento degli squilibri nazionali. Sul fronte delle riforme per la crescita occorre continuare nelle misure nazionali (in tutti i paesi) e proseguire nell’implementazione del mercato interno europeo, a cominciare dalla agenda digitale. E la lista potrebbe continuare.

Resta una domanda di fondo. Se la analisi razionali, o il semplice buon senso, indicano che soluzioni a due livelli (nazionali e europee) sono migliori di quelle “nazionaliste”, perché le preferenze sembrano andare in direzione opposta? La risposta è ovvia. Ciò che sta venendo meno in Europa è la fiducia reciproca tra stati, tra cittadini e istituzioni, tra governi. Senza la fiducia le vie sovraniste avranno sempre la meglio su quelle condivise. Ma la fiducia, si sa, si costruisce con pazienza, rispettando le regole, anche quelle che non ci piacciono, in attesa di poterle cambiare. Basta pochissimo per distruggerla ed entrare in pericolosi circoli viziosi di nazionalismo.

Il quadro globale ci ricorda che la possibilità di shock tecnologici, finanziari, demografici e commerciali sembra crescere piuttosto che diminuire. La risposta dell’Europa allo shock dei flussi migratori sembra privilegiare il sovranismo. La risposta alla sfida della unione bancaria sembra privilegiare la sfiducia nella soluzione condivisa e, di conseguenza, si preferisce il rinvio delle decisioni. E’ questo il messaggio che il deludente Consiglio Europeo ci consegna. Sintomi gravi che indicano un malessere profondo e che potrebbero rapidamente degenerare.

Il campo progressista ha l’obbligo di comprendere e di alleviare questo crescente malessere. Ma soprattutto deve prendere atto degli errori e prepararsi alla prossima sfida: le elezioni europee che il vicepremier Salvini ha già detto di volere trasformare nello scontro tra “élite e populismi”. Occorre invece affermare con forza che lo scontro sarà tra oscurantismo e progresso civile.

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