Se Tria straccia il contratto gialloverde

Se Tria straccia il contratto gialloverde

Di Luigi Marattin

In un Paese dove la politica è una cosa seria, le contraddizioni su cui si poggia l’attuale governo verrebbero rinfacciate quotidianamente alla maggioranza dall’opinione pubblica e dal sistema mediatico. Da noi invece, ci si presta al furbo gioco di Salvini

C’è una domanda che in ogni altro Paese del globo porrebbe il Governo di fronte a un interrogativo esistenziale sulla sua stessa sopravvivenza (o in questo caso, partenza), ma che in Italia invece viene derubricato a “rosicate del Pd” o a “incapacità di capire cos’è successo il 4 marzo” (?!).

La domanda è semplice: com’è possibile che il Presidente del Consiglio Conte riceva la fiducia in Parlamento sulla base del “contratto di governo” che prevede maggior deficit per 124,5 miliardi di euro (e quindi portare il rapporto deficit/PIL dal 1,6% attuale al 9%), quando il suo Ministro dell’Economia Tria dice che bisogna invece abbassare deficit e debito al fine di rassicurare i mercati finanziari? Come fanno Conte, Salvini e Di Maio a nominare ogni giorno il contratto di governo quando Lega e M5S votano la risoluzione al DEF che promette di “rispettare gli impegni europei in tema di finanza pubblica”, e quindi portare il rapporto deficit/PIL non al 9% (come sarebbe se realizzassero le promesse del contratto, dalla flat tax al reddito di cittadinanza, passando per l’addio alla Legge Fornero) bensì allo 0,8% nel 2019 e allo zero nel 2020?

All’apparenza sembra una domanda tecnica, per ragionieri. In realtà è l’essenza della politica. Abbiamo due partiti populisti che hanno ottenuto il 50,03% dei voti promettendo il Paese di Bengodi: alle famiglie e alle imprese (quelle più ricche eh, ma vabbè) che gli avrebbero fatto pagare molte meno tasse, ai lavoratori che li avrebbero mandati in pensione prima, e a tutti gli italiani che non avrebbero più neanche dovuto lavorare, se non volevano, tanto sarebbe arrivato il reddito di cittadinanza. Hanno formalizzato queste proposte in un vero e proprio contratto di governo, che specificava che tale Paese di Bengodi sarebbe stato finanziato con maggior deficit e debito, quindi sulle spalle delle generazioni future. E sulla base di questo impegno hanno ottenuto la fiducia del Parlamento.
Poche ore dopo, prima in un’intervista al Corriere della Sera e poi in Parlamento, il Ministro Tria ha smontato una ad una tutte le strade e le piazze del Paese di Bengodi: niente aumenti di deficit e debito (ma anzi una loro riduzione), niente mini-bot o follie varie, niente trasformazioni della Cassa Depositi e Prestiti in banca pubblica, niente addio alla Legge Fornero, niente flat tax.

In un Paese dove la politica è una cosa seria, una tale e gigantesca contraddizione verrebbe rinfacciata quotidianamente al governo dall’opinione pubblica e dal sistema mediatico. Da noi invece, ci si presta al furbo gioco di Salvini, che procede con “armi di distrazioni di massa” (prima sui migranti, ora sui rom, presto sulla legittima difesa) per evitare che il Paese ponga loro la vera domanda: come farete a rispettare tutte le promesse che avete fatto – e su cui avete basato un consenso senza precedenti – quando è il vostro stesso Ministro dell’Economia a dirvi già da ora che è impossibile e che anzi dovete fare il contrario?

In una delle mosse più mediaticamente efficaci per distrarre l’opinione pubblica, Salvini ha urlato agli immigrati: “La pacchia è finita !”. Dopo aver giustamente stigmatizzato tale atteggiamento, e quello che ne è seguito su quella bruta vicenda, ora è il Pd a rivolgere la stessa frase alla maggioranza giallo-verde: è finito il tempo delle chiacchiere, in cui bastava buttare letame sulle cose fatte da altri e promettere tutto a tutti, il tempo in cui il confronto con la realtà era un lusso che ci si poteva non permettere.

Salvini, Di Maio: è finita la pacchia. Ora vi tocca passare ai fatti.

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